LA MAI SPOON RIVER

mercoledì 24 giugno 2026

Giornata al mare - io e Lara - Spotorno - diversi anni fa


 Ci lasciamo alle spalle il porto mercantile di Savona, le ciminiere a righe, gli oleodotti, passiamo il promontorio, una serie di curve e dall’alto ecco la vista su una costa carina, un isolotto grazioso. L’Aurelia è stretta. E adesso dove diavolo parcheggio? Qui è pieno, qui anche … ah, là ce n’è uno.

Ci carichiamo gli zaini, attraversiamo la strada, prendiamo la prima scaletta che scende al mare.

Primo bagno. Lido di Torre del Mare.

Entrata strana: tutto chiuso, un recinto di cabine, un cancello e una sorta di ufficetto prefabbricato. Booh. ?? Come entriamo spariscono tutti, tranne un belloccio abbronzato, capello lungo, 35 anni. Buongiorno, vorremmo due lettini e un ombrellone. Qui è compresa anche la “gabina”, e mi guarda. Sospensione … Beh, e quanto costa? 30 euro. Caspita 30 euro! Si ma qui è compresa la cabina. Vabbé, la cabina ma … Io e Lara, lo stesso pensiero, lo stesso sguardo, la stessa idea chiara:  un FURTO! Molto elegantemente ce lo teniamo per noi. Ci sembra troppo. Il tipo all’improvviso inizia a parlare in francese. Come mai parla in francese?, (gli do del lei) le repelle parlare in italiano? oppure, più precisamente, le repelle parlare con due turiste come noi, con zaini e aria direi ... NORMALE!? Il mio tono è calmo, non un ombra di offesa o di risentimento, perché la cosa mi pare così ridicola, lui è ridicolo, e una vena di ironia nella calma del flusso di parole si nasconde certamente. Sono diventata grande, mi dico. E che eleganza espressiva, ahah.

Usciamo. Secondo bagno.

La scaletta di ferro è stata decorata con finte palme nane, tappeto di juta, e robe varie che si allarga in un salotto, divani di bambù, cuscini panna, altri palmizi decorativi. Dico, bè, mi sa che questo è peggio dell’altro. Un ampio banco bar si estende sotto un’enorme tettoia. Ombra ombra ombra. Dietro il banco due sessantenni, uno magro, uno grassoccio. Noi due lì in piedi da 5 minuti. Nessuno ci considera. Osservo i due, girano letteralmente a vuoto. Il magro è grigio, madreperlaceo, le guance incavate, la barba di due giorni. Il vuoto negli occhi. Il grassoccio è pallido, semicalvo, una corona di goccioline sulla fronte. Il vuoto negli occhi. Fa male lavorare quando si dovrebbe andare in pensione! Dopo un po’ mi stufo e: scusate, a chi si deve chiedere per due lettini e un ombrellone? Qui qui, al bar, a noi. Ah, vorremmo due lettini e un ombrellone. Anche qui è compresa la “gabina”, 25 euro. Io e Lara siamo accaldate, la testa già a sistemarci, a tuffarci in acqua. Sono ancora tanti, troppi, ma dico, va bene!

Però non si trovano le chiavi della “gabina”, 10 minuti a cercarle in un'atmosfera davvero surreale. alla fine le trovano, ce la mostrano, e subito sono colta da un flashback intenso, di odori, raggi di luce nell’ombra, caldo asfissiante: quando ero piccola c’erano le “gabine” anche in Romagna, eh eh. J Ci mostra i lettini e l’ombrellone, 5 centimetri, dico 5 cm in mezzo ad altri due ombrelloni con relativi lettini. No, non ce la possiamo fare. In prigione no, siamo venute al mare, eh.

Abbandoniamo ringraziando, malgrado il caldo, malgrado la testa che batte in una sola idea fissa: acqua acqua acqua!

Il grassoccio non fa una piega, glielo riconosco, non un ombra di scocciatura né nella voce, né sul volto. D’altra parte l’ho detto no?, il vuoto c’era, se ci può essere il vuoto, come i buchi neri nell’universo. Inspiegabili.

Terzo bagno.

Le scale sono nude, di ferro. Nessun addobbo camuffante. Tavoli normali, il banco del selfservice. Tre calcetti confortanti. Al bancone enorme (anche qui, si vede che in questa zona vanno i banchi grandi, vero è che sono funzionali assai) un giovane longilineo, ci vede, anzi, ci guarda proprio, dice che finisce i caffè ed è da noi, SORRIDE, e io non posso trattenermi: Oh, sai che sei il primo che ci sorride da quando siamo arrivate? Lui mi guarda negli occhi, che sorridono anche quelli, e dice: ma io sono romagnolo! Nooo, anch’io sono romagnola, ecco perché! E ci battiamo un cinque sudaticcio, calorosissimo. Come due che si ritrovano dopo anni di esilio in un paese straniero. Lettini e ombrellone 16 euro, direi buono, no?

C'è belle gente al mondo, dobbiamo ricordarcelo

 

Ieri sono andata con mia figlia a Cap Martin, per un giornata di vacanza dopo un’estate di lavoro.

Siamo andate in una spiaggetta attrezzata, stretta stretta, due file di ombrelloni e lettini uno attaccato all’altro e a loro volta attaccati al mare. I lettini sono forniti di materassini di gommapiuma spessa una decina ci centimetri, di una comodità sublime. J

Allora, è metà settembre, poca gente, noi siamo spaparanzate comodamente al sole con il mare che ci rotola fino ai piedi quando arriva una coppia di circa una settantina d’anni, lei alta longilinea sottile, una ex bionda, raffinata, un bel taglio di capelli che le sfiorano il collo lungo. Lui bassetto, canuto, pizzetto, appena sovrappeso. Sono palesemente felici. Sembrano in luna di miele. Parlano a bassa voce, si sorridono. Lui raccoglie qualche sasso e glieli mostra, poi entrano in acqua tenendosi per mano. Una delizia!

Quando tornano lui rimane sul bagnasciuga, si lascia trasportare dalle onde, rotola avanti e indietro seguendo il movimento. Proprio come un bambino. Una meraviglia. Poi la raggiunge, un po’ leggono, e ogni tanto si accarezzano una mano, si danno un bacio. Meraviglioso!J

Poco dopo arriva un papà con due figli. Lui è alto robusto giovane, i bimbi sono piccoli, avranno 5/6 anni.

Io mi dico, ecco arriva la famiglia casinista così non posso più leggere, invece il tempo di svestirsi, di gonfiare i braccioli e via in acqua. Nuotano insieme fino alla piattaforma di fronte al bagno. Il papà li porta sulla schiena, alternativamente. Salgono sulla piattaforma, si tuffano, su e giù per decine di volte. Il papà gioca, li fa volare nell’acqua, poi si sdraia e i bimbi gli saltano sulla pancia. Lui ogni tanto ne lancia uno nell’acqua. Se ne stanno là a giocare per un’oretta. Appena tornano, arriva la mamma con una piccolina che avrà 4/5 mesi. Il papà la prende subito con le sue mani gigantesche. La tiene delicatamente con una mano e con l’altra la sveste appoggiandola sulle gambe ripiegate. Poi la porta a fare il bagno. La bimba sembra minuscola in braccio al padre. Un padre sicuro e delicato che le fa assaggiare l’acqua piano piano. I fratellini accorrono e la circondano stando attenti a non farle male, un bacetto, una carezza. Il padre ruota su se stesso con la piccola a pelo d’acqua e ogni tanto le fa fare un tuffetto con la testa sotto, come un delfino.

Lei fa certe facce buffe ma non piange. Poi salgono e fanno merenda. Il papà appoggia la piccola sulle sue robuste cosce e le dà il biberon, i due maschietti con gli asciugamani mezzi sghembi se ne vanno a prendere un gelato. Un bravo papà. Giusto nei gesti. Misurato. Pacato. I bambini perfettamente ubbidienti. Ci credo, con un padre così!

Bella gente. C’è bella gente al mondo. Dobbiamo ricordarlo.

lunedì 20 marzo 2017

Carlo Chirio

Che dire Schirio? … è stata una strana combinazione essere a Limone proprio il giorno del tuo ultimo (?) volo. E non solo, ero proprio sopra di te, al Morel. Me ne stavo al sole con Lara. Ci godevamo la splendida giornata, quell’azzurro così intenso che c’è solo in montagna e il bianco della neve. E poi c’erano certe nuvole candide che decoravano il cielo in continuo movimento. Abbiamo sentito l’elicottero, e ci siamo dette che sicuramente erano due che si erano scontrati, che già al mattino ne avevamo visti di quegli imbecilli che con tutto lo spazio che c’è….
Comunque, dopo un po’ mi telefona Mariano e mi dà la notizia. Devo essere sincera, e so che tu la sincerità l’apprezzavi anche quando era brutale, dopo la sorpresa iniziale non è che mi sia salito il dolore, un po’ di dispiacere sì. In fondo noi non ci si parlava più da anni, dopo quel litigio furibondo in negozio, io più pazza e iraconda di te, da vedere rosso sangue e perdere il lume della ragione all’istante. Due caratteri difficili, i nostri. E non siamo più riusciti a riavvicinarci. Ci tenevamo prudentemente a debita distanza. Forse proprio nei miei ultimissimi mesi a Limone abbiamo condiviso uno spazio ristretto e uno sguardo benevolo.
E poi, con tutto quello che hai combinato nella tua vita “spericolata”, ti avevo dato per morto già da un pezzo! Anzi che quasi quasi mi sorprendevo a pensare che tu fossi anche capace di scombinare le statistiche scientifiche relative alla tua “categoria”, e a questa parola sono certa che saresti saltato su  e mi avresti insultato ben bene in uno dei tuoi soliti modi coloriti e irripetibili.
A proposito di coloriture e originalità, ricordo molto chiaramente quello stronzo di plastica che ai tempi del pub non perdevi occasione di farmi trovare ogni dove come se le parole non bastassero a esprimere il tuo sentimento. E quanto te la ridevi!
Ricordo un sacco di cose di te. Eri uno che lasciava il segno, nel bene e nel male. Il volo a Montecarlo, la tua guida che dire nervosa è un eufemismo, (sei stato l’unico, oltre a un innominabile qui, che è riuscito a farmi vomitare in macchina)… i libri di alpinismo, quelli scritti dai grandissimi scalatori e quelli di foto stupende. Come sapevi personalizzare un ambiente tu, pochi altri. Ci mettevi un sacco di roba, vita vissuta, miti, sogni. E in fondo è fatta di tutto ciò, la vita.
Comunque la sera sono venuta con Mariano a vederti. Lì con il retro X della Patagonia e la giacca arancione vecchia di decenni. La vestimenta perfetta per ogni occasione. E ti ho guardato ben bene. Avevi un’espressione sorniona, un sorrisetto dietro la bocca dietro gli occhi, non so bene dove, ma c’era, e diceva: ecco io ora sono di qua, e adesso sono cazzi vostri!


                                                                                                                                                          

giovedì 26 febbraio 2015

SCRITTURA BALSAMO DEL VIVERE

SCRITTURA BALSAMO DEL VIVERE

“Per ora il sollievo che mi procura scrivere queste righe è, sicuramente, un modo di sfuggire a questo scivolare verso il nulla che mi sta vincendo e che, disgraziatamente, mi risulta più familiare di quanto io stesso immagini quando lo evoco come qualcosa di trascorso senza lasciare traccia apparente.”
Ho scelto questo passaggio fra i tanti che avrei potuto scegliere da La Neve dell’Ammiraglio di Alvaro Mutis.
L’ho scelto senza rifletterci. Solo successivamente ho riconsiderato il passaggio, o meglio il tema in un ordine più personale, meno generico, filosofico-astratto. E ho riportato la scelta su di me e sull'ampio significato dello scrivere in relazione a me stessa e alla mia vita. Come per Marqoll, scrivere ha principalmente una valenza terapeutica, balsamica, lenitiva, addolcente, necessaria. Inoltre possiede la peculiare facoltà di focalizzare i pensieri e di penetrarli e decifrarli e tradurli. Di dare loro significato e senso e infine forma concreta di segno. E ancora, scrivere permette di affondare nell'intimità più profonda dell’ io, del mistero di chi e cosa siamo. Sensibilità, intelligenza, intuitività, precognizione, visione. Ciò che si è in essenza.
E di nuovo, scrivo, come Mutis, come Maqroll, nella mediocrità del mio passo, nel limite che mi è proprio, per sconfiggere questo scivolare verso il nulla, e dare sollievo all'inalienabile, inesorabile, irriducibile senso di solitudine. Di queste giornate che scorrono disertate dai sensi, dominate dalla noia, devastate dalla solitudine. Nella reiterata distanza dagli altri, incolmabile.  A cosa si riduce dopotutto la vita?, a pochi attimi d’inaspettata empatia, di breve sfioramento. Di labile contatto. Con altri esseri umani, con altri aspetti della vita. La natura, l’arte, la musica. Pochi momenti di collisione, di compenetrazione simbiotica, di fusione. Di cui ignoro totalmente l’origine, la formazione, la fonte. Una combinazione di forze chimiche, di sinapsi accese. Chissà, forse generate da richiami rimandi nostalgie ricordi. Di qualcosa di vissuto a pieno, inconsapevolmente. Un attimo di brivido lucente, ardente, vibrante, pulsante. O di benessere calmo, largo, caldo, confortevole. Del tepore di un nido sicuro. Nell'infanzia della vita, nell'infanzia dell’adolescenza.  A intervallare smisurati anni di silenzio. A dare tempo e misura. Oppure a toglierli totalmente.
Ho scelto Mutis, ho scelto Marqoll.
L’ammaliante scrittura di Mutis mi ha fatto scivolare nel viaggio onirico di Marqoll, in una metafora della vita fin troppo evidente. Ma è la magia del linguaggio che mi ha portato con sé e che ha avuto la meglio,  centrando la cifra del romanzo. Un viaggio che è una decisione sbagliata, un affare che non porterà a nulla. Fin troppo ovvio. Il viaggio e il suo scivolare attraverso la selva, nell'umidità soffocate e afosa. L’acqua fangosa copre il fondo oscuro ed emana odori nauseabondi, di vegetazione in putrefazione e di qualcos'altro che neppure si osa immaginare. L’odore melmoso indescrivibile della indios che lo ammala, la febbre del pozzo nero, la lotta fra la vita e la morte. L’ambiguo compagno di viaggio  rappresenta l’orrore di azioni disumane, compiute nell'indifferenza. La banalità del male, come sempre. Il comandante e il capitano riconoscono il Gabbiere, chi è, sanno perché è sulla barca, in viaggio verso la segheria. Sanno che sopravviverà, che è immortale.  Un attimo fuggevole di contatto. Niente di più. Niente di meno. Flor Esteves è la donna sognata, che non esiste. Anch'essa metafora dell’amore fantasma, di wallaciana memoria.
La miniera e il canyon sono i luoghi simbolici della profondità, della ricerca del sé.

Ma è scivolando col Gabbiere che sono entrata nel sogno, nel suo sogno,  nel suo procedere insensato e slabbrato, oppiaceo. Tutto è emotivamente contenuto, l’ansia, il disagio, il dolore. Faccio sogni strani che turbano il mio risveglio ma presto svaniscono. 
Sono anch'io dove non vorrei essere. Ho preso la direzione sbagliata, quella che porta al nulla.

sabato 8 marzo 2014

8 marzo 2014

 

8 marzo 2014



Penso alle donne di un secolo fa, che manifestavano coraggiosamente per i diritti femminili, soprattutto in America, dove ottennero il suffragio universale nel 1918. Indossavano ancora  gonne lunghe, castigate sotto i cappelli a tesa larga, artigliate all’ottocento. Ma bastò poco tempo e gli anni venti le videro trasformate, accorciarono gonne e  capelli, adottarono lunghi bocchini, abiti squadrati, lineari, "cubisti". Erano donne proiettate nel futuro, sull’onda della nuova velocità tecnologica e del primo Futurismo progressista. Un elite, certamente, come le donne bellissime dipinte da Tamara de Lempicka. Un lampo subito spento dall’antifemminismo fascista. Dopo la guerra la Costituzione Italiana garantì pari dignità sociale e pari diritti rispetto al genere maschile, ma il contesto sociale non era pronto ad assimilare tali diritti. La donna del dopoguerra era docile e remissiva, elegante e raffinata, tutte curve e vitino da vespa, guanti al gomito e gonne al ginocchio. Erano donne strepitosamente belle, la moda raffinata ne esaltava la femminilità. Penso alle donne procaci dei film anni cinquanta, penso a mia madre e alle sue amiche. Erano donne che facevano della bellezza la loro arma migliore tuttavia erano donne ancora totalmente subordinate all’uomo. Dedite alle mansioni domestiche e alla famiglia, oppure impiegate in lavori faticosi umili pericolosi sottopagati.  Fino agli anni sessanta in cui progressivamente l’emancipazione progredì, si accorciarono le gonne, si rivoluzionarono i costumi e la posizione all’interno della società cambiò radicalmente. Fu solo nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia che i principi costituzionali del ’48 divennero legge.

Io negli anni settanta ero una ragazza, non sono mai stata una femminista sfegatata, ma credevo nell’uguaglianza sociale e nell’emancipazione femminile a largo raggio. Eravamo un gruppo di amiche che a riguardarle oggi, a tanti anni di distanza, rappresentavano bene il loro tempo. Eravamo all’avanguardia. Ci muovevamo in gruppo, come un branco. Frequentavamo i locali notturni, osterie, discoteche, pub. Ci sentivamo forti, sicure ed eravamo il terrore della fauna maschile della zona, perché l’ironia, la presa in giro, la battuta salace, ridicolizzante erano il nostro linguaggio contro un mondo maschilista che resisteva radicato profondamente nei comportamenti e negli atteggiamenti sociali. Eravamo delle demolitrici di io maschili. Delle frantumatrici di identità virili, fagocitatrici di bulli arroganti, di bei tenebrosi, di patetici residuati dongiovanneschi. Si andava in discoteca e si ballava tutte insieme e il vortice energetico che si creava intorno a noi era una forza centrifuga da tornado. Eravamo le Erinni di una nuova era. Facemmo danni, non c’è dubbio. Gli uomini gli sceglievamo noi in un’inversione totale dei ruoli. Fare sesso era cosa facile. Ma eravamo pur sempre donne e se si cadeva in balia del sentimento eravamo vittime ridotte ad ameba, elucubranti all’infinito, nell’elaborazione impossibile dell’amore, in ogni sua forma. Penso che la mia generazione abbia giocato un ruolo di transizione importante, uno scatto nell’arco evolutivo che si spiega solo parzialmente con la variazione dell’ambiente contestuale. Figlie di un tempo che ha ribaltato e confuso i generi, mischiandoli.  Non so se nella combinazione migliore.

venerdì 21 febbraio 2014

LA MIA SPOON RIVER

MM


MM lo incontravi dappertutto, e se non incontravi lui, incontravi il suo nome e cognome, sempre, ovunque. Una presenza costante in paese. Faceva l’elettricista con piglio artistico, una vena comune a tutta la famiglia.

In lui si esprimeva nell’incostanza sul lavoro, che subiva battute d’arresto inesplicabili per poi repentinamente scattare in un’esplosione di attivismo irrefrenabile. Giorno e notte. Si tiravano fili, si avvitavano morsetti, si inserivano trasformatori, si completavano i quadri e il lavoro era fatto, tutto di un botto. Era un uomo piacente. Capello riccio portato lungo tipo anni settanta, viso regolare con grosse labbra sensuali. Gli occhi che diventavano una fessura quando rideva e le fossette strappa baci sulle guance. Era un uomo che amava le donne, MM. Le amava e le desiderava spassionatamente con una generosità  indulgente riguardo all’età, alla prestanza, alla bellezza canonica. Anche se poi sposò una donna piuttosto bella da cui ebbe una figlia. Di figli a dire il vero si sospetta ne avesse sparsi in giro un numero imprecisato. Era un inseminatore fertilissimo, un creapopoli a largo raggio. Nonché un amante instancabile e generoso.

Lo vedevi alla Lanterna in azione serrata. Un accerchiamento che partiva dal banco del bar, con il gomito appoggiato e un bicchiere di birra in mano, lumare intorno in cerca di una corrispondenza, sguardi diretti, sfacciati, nessuna ambiguità, nessuna obliquità. Riscuoteva un successo particolare con le svedesi e le danesi, le scandinave in generale. Eeeh ci sapeva fare, le trattava con dolcezza e considerazione e insieme con quella mascolinità da sardo doc che aveva conservato per intero. Con quella strusciante insistenza che le lusingava. Le ragazze eccitate dal libero pensiero vacanziero e dall’alcol libertino gli cadevano nelle braccia in men che non si dica. Coscienti o incoscienti che fossero, senza dubbio gaudenti, godenti, gioiosamente in vita. Uscire e fermarsi sotto uno dei passaggi ad arco nei vicoli del paese e spingersi contro il muro, in piedi, senza porre tempo alla fregola dominante era un passo conseguente. Oppure scivolare al piano di sotto della Lanterna, sempre semivuoto e buio, coi divanetti proprio lì in attesa per l’uso. Se l’urgenza ti costringeva a servirti dell’indegno bagno a metà scala, s’intravvedevano maneggiamenti, contorcimenti, movimenti inequivocabili.

Bisogna dire che la vera dimensione di MM era la vita notturna, tanto che e a un certo punto decise di riaprire la Crota, una sorta di taverna discobar sotto il ponte di Sant’Antonio che aveva subito varie gestioni fallimentari e che giaceva nell’umido delle sue pareti da anni. I lavori di bonifica e riqualificazione non furono sufficienti a mascherare il tanfo di umidità che aggrediva le narici non appena ci si entrava, insieme al freddo di un riscaldamento insufficiente reso più penetrante dal vuoto della piccola sala. Al bancone qualche limonese, i soliti nottambuli tiratardi, Gianni Catto, Dado, Brunbarba, Beppe con le narici sempre infiammate che si dilatavano come ad afferrare più aria fresca risanatrice, e le sentivi tirar su mentre in contemporanea il tic all’occhio destro gli faceva arricciare anche un poco il labbro, come se ci fosse un tendine che improvvisamente si contraesse su tutto il lato destro. Veniva da gestioni imprecisate di locali nelle Baleari, da glorie e vite calde e sfrenate, più belle, più dense, e si ostinava a indossare abiti che erano i residui di quelle vite, fra l’hippiesco e l’hawaiano che comprendevano un codino bisunto di capelli radi e strani cappelli fra il clown e il clochard, decisamente fuori luogo in un paesino di montagna. Era il fidanzato parassita di Irma, una delle sorelle di MM.

Allora si beveva gintonic o cubalibre, solo i viveur di un certo calibro si davano esclusivamente al whiskey liscio o con l’acqua a parte, se erano soli, ma se erano in compagnia la bottiglia di Ferrarino, di Berlucchi o di Moet era d’obbligo, a seconda di quanto valeva la conquista. A volte compariva Biba, con la cicatrice che gli attraversava la guancia destra, dall’angolo dell’occhio a quello della bocca. La bocca, una fessura livida, con gli angoli piegati in giù su una faccia scura. L’occhio arrossato e lo sguardo da duro. Le mani in tasca e la testa incassata. Un passato losco con un morto ammazzato al posto suo. Conti in sospeso che si portava dietro insieme a una pistola che si diceva non abbandonasse mai. Posizione strategica a controllare l’ingresso. Tutti sapevano che beveva solo Johnny Walker con acqua a parte e gli bastava un cenno o nemmeno quello per trovarselo servito. Non parlava. Beveva in silenzio e ricordava Humphrey Bogart. Fece una gran brutta fine. Lo trovarono morto sparato sulle colline di Arma di Taggia. Viveva da mesi all’aperto, quattro stracci, poche cose, un cartone sull’erba. Più solo di un cane.

A una cert’ora il dj metteva un boogie scatenatissimo e MM si rianimava all’improvviso come colpito da una scossa elettrica, acchiappava Irma e insieme si lanciavano in un ballo acrobatico ad alto livello di sincronismo. Un’esibizione che riscuoteva sempre un discreto successo, specialmente alla Lanterna dove la gente si fermava in cerchio ad ammirare le agili movenze e anche qualcos’altro. Irma in viso era identica a MM, gli stessi occhi lo stesso naso piccolo dritto con la punta teneramente rotonda spruzzato da una manciata di lentiggini e quelle stesse labbra turgide e sensuali rosso fuoco. Rosso fuoco come i capelli, una cascata di riccioli neorinascimentali lunghi come la schiena. E un corpo piccolo tutto curve generosamente esaltate dagli abiti attillati, un look da easy girl, un po’ kitch che mascherava una rara bontà e una certa ingenuità. Faceva la parrucchiera e il suo negozio si trovava proprio accanto al nostro pub. Una sua piega ti scolpiva i capelli per una settimana e anche due.

Entravo e mi sedevo su uno dei due divanetti da discoteca posizionati a elle proprio vicino all’entrata, sulla destra. Un 'dea di orientale, fra fiorami, incensi, buddha dorati dominava l’ambiente, saturo di profumi e odore di aria bruciata dal fon. Alle pareti dipinte di verde foglia e viola viola i quadri della sorella Daria, l’artista ufficiale della famiglia. Di un surrealismo new age mescolato a visoni oniriche simbolicamente esoteriche di cui non sapevo bene che pensare. Perplessa come tutta la clientela del negozio. Ne ricordo uno in particolare in cui due seni enormi dominavano una pianura desolata, piccoli uomini formica vi si arrampicavano. I seni erano a china, lo sfondo a pastello passava dal buio nebbioso sulla sinistra a un chiarore arancio cupo sulla destra come un sole malato che non riusciva ad emettere luce. Un quadro che trasmetteva una certa inquietudine. Daria, un passato di droghe psichedeliche per allargare mente e sensi, e un presente di anoressia da collasso. Diete macrobiotiche e preghiere fra il sacro e il profano. Se te l’incontravi non ti mollava più con le sue teorie spirituali alternative, le sue sofferenze strampalate e i suoi rimedi olistici. Magrissima, l’espressione della sofferenza incisa sul volto e sul corpo. Il tempo a scadere inciso negli occhi.

A volte compariva MM per aggiustare la parte elettrica di qualche attrezzatura, e lo guardavi stravaccarsi sul divanetto e starsene un po’ lì, col sorriso beato, a sonnecchiare, incurante delle clienti e delle chiacchiere. Poi si alzava strascicandosi lentamente per inginocchiarsi su prese e spine e indolente procedere alle riparazioni. Si percepiva evidente il legame affettuoso che univa i fratelli. Raramente capitava anche Aldo, il fratello elicotterista. In apparenza il più inquadrato, lontano dal resto della famiglia - era un militare, voglio dire, è ovvio che fosse inquadrato. Ma il futuro avrebbe rivelato che la vena artistica apparteneva anche a lui.

E vennero gli anni del sonno. MM perennemente con la palpebre pendenti si aggirava per il paese e i  locali notturni in uno stato di semiveglia straniante. I corteggiamenti perdevano determinazione, si allentavano fino all’abbandono. Fino all’abbandono fisico di un corpo che crollava all’improvviso. Lo si trovava addormentato ovunque e nelle posizioni più incredibili. Come quella volta che Maurizio e Luciano stavano scendendo a bere una birra all’Ippopotamo e  trovano MM in piedi sulla scala col cacciavite in mano appoggiato con la testa alla parete, bloccato lì, da un sonno rapido come la morte. Chissà da quando ci stava? Era andato a fare un lavoro …. C’era chi diceva che fosse perché non andava mai a letto, chi perché era affetto da una qualche malattia del sonno. Sta di fatto che fu un colpo di sonno che lo fece finire sulla rotonda di Cap d’Ail e passare dal sonno alla morte fu un attimo. Chissà se ebbe un istante di coscienza appena prima.

Al suo funerale la gente non stava in chiesa, non stava nella piazza davanti alla chiesa e nemmeno nelle stradine adiacenti.

Tutto il paese e la provincia sembravano vittime di uno stato di disorientamento da abbandono.

MM mancò come un albero, una casa, un vuoto nel paesaggio portato via da una piena improvvisa. Aveva 40 anni.

 

sabato 18 gennaio 2014

Charlotte


CHARLOTTE

Ieri Charlotte stava cucinando il pranzo, si è accasciata a terra, pochi secondi ed è morta. Un attimo ed è andata. Vonnegut direbbe, così va la vita. Semplicemente. Aveva 21 anni, era alta bella solare. Due gambe che non finivano più, il sorriso che illuminava tutto il viso e anche un po' intorno, una grazia naturale nel portamento. Una generosità spontanea. Una fiducia nella vita malgrado la sofferenza già vissuta.

L’ho vista bambina, l’ho vista ragazzina, l’ho vista giovane donna. Fare volontariato alla croce rossa, volontariato alla casa di riposo. Aiutare il padre rimasto infermo per anni a causa di un ictus.

Abitava al Fantino e me le incontravo spesso lei e sua sorella gemella Caroline lungo la strada romana, affiancate, il passo lungo e veloce. Caroline introversa, seria, lei sorridente, aperta. Ciao, ciao. Sembrava un po’ un uccello, un bellissimo airone.


Così va la vita.